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Ossigenoterapia: che cos’è, a cosa serve, come funziona e controindicazioni

Ossigenoterapia: che cos'è, a cosa serve, come funziona e controindicazioni

La terapia dell’ossigeno risulta essere fondamentale laddove determinati stati causano un’abbassamento del quantitativo d’ossigeno all’interno del flusso sanguigno.

Lo scopo di tale terapia prevede il progresso dell’ossigenazione tessutale, abbassando l’affaticamento da parte della respirazione, abbassando dunque l’affaticamento da parte del cuore specialmente nei soggetti cardiopatici.

Ossigeno: prodotto farmacologico

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L’ O2 nasce e viene messo sul mercato sotto forma di gas medicinale e risulta essere un prodotto farmacologico vero e proprio. Dato che risulta essere la molecola fondamentale per vivere, l’uso risulta il più delle volte risolutivo per far restare in vita un soggetto. Così come ulteriori prodotti farmacologici, lo stesso ha bisogno di ricetta medica, sebbene il Ministero della salute ne consenta l’uso ai soli infermieri.

Ciò nonostante, seppur in mancanza di uno specialista, è possibile dare ossigeno laddove subentri un’emergenza. In aggiunta è stato pronunciato dal Consiglio Superiore di Sanità un opinione sulla ricetta medica che ogni paziente dovrebbe avere per l’acquisto dell’ossigeno, sebbene l’uso non sia strettamente connesso al solo albo dei medici e degli infermieri.

Non vi sono dunque informazioni effettive che proibiscono al medico l’suo di un determinato lt. al minuto di ossigeno, bensì, laddove debba essere fondamentale, il medico risulta costretto ad intromettersi al fine di assicurare la vita migliore al paziente. Pertanto risulta possibile utilizzare l’ossigeno nei quantitativi opportuno al fine di giungere ai target della saturazione periferica di ossigeno.

Informazioni sull’utilizzo in campo terapico dell’O2: a cosa serve

Lo scopo della terapia dell’ossigeno prevede l’accrescimento dell’O2 a tassi alveolari ed arteriosi accrescendo pertanto la frazione inspirata di O2, con successivo accrescimento della SpO2 e del quantitativo di ossigeno all’interno del flusso sanguigno. La terapia dell’Ossigeno risulta opportuna laddove le condizioni prevedono l’abbassamento del quantitativo di O2 all’interno del flusso sanguigno. Naturalmente all’interno dell’aria l’O2 risulta percettibile con una quota del 21%. Spesso non risulta bastevole tale livello al fine di appagare quanto il fisico e le patologie del soggetto richiedono. Pertanto risulta opportuno dare al soggetto un livello aggiuntivo. Gli scopi dell’Ossigeno prevedono dunque il perfezionamento dell’O2 nei tessuti, abbassando l’affaticamento della respirazione e del cuore e bensì accrescendo l’età vitale.

Ossigenoterapia iperbarica

L’OTI prevedono l’uso di ossigeno puro in luoghi particolari, camere iperbariche, laddove vi è una compressione maggiore rispetto alla pressione atmosferica attraverso lo schiacciamento mediante aria pressata. Contrariamente il soggetto al suo interno assimila O2 all’interno di una circonferenza serrata, mediante l’uso di mascherine, cappelli di protezione e tubicini endotracheali. Praticamente è come se il paziente stia attuando un’immersione ad una profondità di 15 mt.

La terapia dell’Ossigeno tende ad essere adoperata specialmente laddove sussistano malattie con conseguente instabilità ossigena. Gli obbiettivi dell’Ossigenoterapia provengono da leggi fisiche dei gas capaci di regolarizzare l’assimilazione e la proliferazione dei tessuti, dalla fisiologia e dallo studio farmacologico dell’O2. Pertanto è possibile affermare che all’interno di un’area iperbarica presente è una compressione incompleta dell’Ossigeno all’interno del flusso sanguigno contrariamente ai quantitativi del mare. Tutto questo comporta l’avere un’ossigenazione del plasma sanguigno, trasportatore dell’ossigeno congiuntamente all’emoglobina dei globuli rossi, con successiva perforazione ossigena nei tessuti, ugualmente nelle aree difficilmente penetrabili, al fine di agevolare i tessuti ipossici. Pertanto, le malattie che prevedono una terapia iperbarica risultano essere:

Gli obiettivi ottimale risultano il più delle volte veloci e percettibili, sebbene il soggetto abbia bisogno di trattamenti prolungati al fine di rimettersi totalmente. Dunque un trattamento ha una durata di 120 minuti e prevede un primario trattamento di pressione, un secondario trattamento di compressione iperbarica laddove il soggetto assimila 3 differenti stadi di O2 mediante l’utilizzo di una mascherina ermetica e un terziario trattamento di decompressione flemmatica.

I risultati contrari, che spesso risultano alquanto difficoltosi, prevedono il barotrauma, e dunque disturbi emodinamici tra cui bradicardia ed ipotensione per abbassamento del ritorno venoso, miopatic temporanea susseguentemente alle 20 terapia, ipercapnia e convulsioni causa delle tossine dell’O2.

Controindicazioni Ossigenoterapia

Spesso il lungo esporsi o gli infanti manifestano conseguenze successive all’ossigenoterapia iperbarica e all’ossigenoterapia normobarica. I soggetti di età avanzata presentano una patologia conseguente all’eccessivo uso di O2, denominata come sindrome di Lorrain.Smith. Quest’ultima comporta una frattura ai polmoni causa dell’esporsi all’elevata compressione di O2. Tutto ciò comporta la vasocostrizione e dunque una meccanizzazione di salvaguardia da eccessive dosi.

Susseguentemente, la membrana alveolo capillare tende a dilatarsi, causando la creazione di una parete di proliferazione ossigena ed ipossia. É possibile giungere alla ARDS o alla fibrosi polmonare, e dunque conseguenze causa del fatto che il soggetto usi l’O2 per lunghe tempistiche e con dosaggi sovrabbondanti. Spesso tende inoltre a manifestarsi un movente differente che lo stesso medico è costretto a manovrare e dunque l’ipercapnia, ossia l’accrescimento dell’anidride carbonica causa dell’acidosi respiratoria e della turbe della coscienza sino a portare il soggetto ad entrare in coma ipercapnico.

Tali soggetti, che solitamente manifestano un quantitativo elevato del regolare quantitativo d’ossigeno comportano il sistema nervoso ad opinare di possedere un elevato quantitativo di O2 e dunque la respirazione tende a rammendarsi. Allentando la respirazione, la ventilazione non risulta efficiente al fine di rimuovere l’anidride carbonica la quale si posiziona all’interno del flusso sanguigno comportando l’acidosi. Ulteriore conseguenza che tende ad essere comportata dall’utilizzo di O2 risulta essere la vasocostrizione cerebrale e coronarica. Risulta pertanto semplice percepire che i soggetti affetti da infarto miocardico acuto o da ictus hanno bisogno di O2 soltanto laddove risulta fondamentale. Contrariamente non bisogna somministrarne poichè la vasocostrizione in tal caso comporta un deterioramento dell’ischemia. In tal caso quindi bisogna adoperare il più ridotto livello di ossigeno al fine di ricavare un quantitativo di O2 ragionevole.

Quanto ossigeno utilizzare

Ossigenoterapia in caso di necessità

Innanzitutto bisogna ricordare che non vi è una tabella precisa sul quantitativo da somministrare a ciascun soggetto. Laddove però debba essere necessario, bisogna continuamente iniziare dal flusso minore sino ad accrescere il tutto al fine di ricavare il risultato sperato.

In tal caso è possibile ovviare l’iperossigenazione del soggetto. Ovviamente il caso migliore prevede la probabilità di poter attuare un emogasanalisi al fine di conservare la PaO2 ai livelli fisiologico per determinati soggetti e dunque incaricare l’O2 a tali livelli. In caso contrario bisogna focalizzarsi sulla saturazione. Inoltre risulta opportuno ricordare che per tempistiche ridotte l’O2 manifesta risultati contrari alquanto diminuiti allo stesso soggetto affetto da BPCO, e dunque avrebbe seri riscontri senza l’utilizzo di O2

Pertanto laddove sussistano complessità bisogno non esentare il soggetto dall’O2. Peraltro, in tal caso il recarsi da uno specialista o ad un pronto soccorso risulta fondamentale al fine di non causare un ulteriore disservizio.

Ossigenoterapia non in caso di necessità

Contrariamente alle situazione laddove si necessita l’utilizzo di un quantitativo di O2 eccessivo, l’uso normale risulta connesso ai target di SpO2 e studi clinici. In tal caso è possibile evidenziare un progresso delle sintomatologie, un abbassamento della dispnea, un abbassamento della cianosi, la totale ricomparsa della potenzialità di emettere frasi integre, abbassamento della tachipnea e della tachicardia. In tal caso il target risulta perseguito e risulta possibile conservare il quantitativo dell’O2 ovviando l’accrescimento del sangue.

Laddove si ha un saturimento, i target sono differenti a seconda del soggetto:

  • Soggetto affetto da BPCO: target opportuno di SpO2 è fra l’88% ed il 92%;
  • Soggetto non affetto da BPCO: target opportuno di SpO2 è fra il 94% ed il 98%;

É possibile dunque iniziare con un flusso intermedio e migliorarlo al fine di giungere ai target richiesti. Bisogna inoltre evidenziare che il soggetto affetto da BPCO non necessita dell’avere il 98/100% di SpO2, in quanto andrebbe incontro ad una ipercapnia.

Soggetti differenti presentano contrariamente un target sommo del 98%, poichè alla quota di 90/95 mmHg di PaO2 la saturazione tende ad arrestarsi al raggiungimento del 100%. Contrariamente la PaO2 è capace di giungere sino al 150, 200, 350 mmHg senza il minimo accorgimento. Tutto ciò causa l’iperossia. Conservando contrariamente un target di SpO2 pari al 98% si ha la certezza che la PaO2 conservi i 90 mmHg. Quindi risulta fondamentale conservare l’88% al fine di ovviare la dannosa ipossia. Risulta opportuno tenere a mente che la saturazione spesso non risulta sicura e dunque risulta opportuno poggiarsi sui target clinici.

Ossigenoterapia a casa

L’utilizzo di O2 a casa risulta prescritto a pazienti aventi ridotti quantitativi di O2 e che dunque hanno bisogno di riposo. Solitamente sono i soggetti affetti da BPCO, di insufficienza cardiaca, fibrosi e neoplasie polmonari. La terapia dell’O2 a casa riduce i fattori di insufficienza cardiaca e il tasso di morte, laddove venga utilizzato per 15 ore al dì, accrescendo la vita e le attività neuropsichiche. Inoltre riduce i costi dato l’abbassamento della degenza ospedaliera.

Gli stessi soggetti aventi quantitativi normalizzati, possono ricorrere ad un utilizzo di ossigeno capace di agevolare la dispnea ed i risultati. Lo specialista tende a consigliare il quantitativo da assimilare e la tempistica del trattamento ed il soggetto a suo piacimento coordina l’ossigenoterapia. Nel corso della riacutizzazione della BPCO risulta opportuno l’uso di O2 e dunque solitamente il soggetto tende ad essere accompagnato a casa attuando accertamenti continui come l’emogasanalisi.

Tutto ciò poiché l’utilizzo di elevati quantitativo di O2 causa l’accrescimento del quantitativo di CO2 e dunque un aggravamento dei risultati. I target di SpO2 sono fra gli 88 ed i 92%. La terapia dell’O2 a casa si attua mediante bombole satelliti soggette a ricarica mediante corrispettiva bombola consentendo al soggetto la possibilità di andare in giro. Viceversa può fare uso di una macchina di O2 capace di destinare al soggetto sino a 4 l al minuto sebbene sia costretto ad essere sempre vicino ad una presa d’elettricità e risulti essere un’attrezzatura alquanto scomoda e d’ostacolo.

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